Socialismo e mondo del lavoro un secolo fa
di Alberto Scaramuccia - Il primo socialismo spezzino 1
- Due sabati fa è stato presentato un libro scritto a più mani sul socialismo spezzino dagli albori del 1892 al 1945.
Il sottotitolo opportunamente definisce il testo come “Appunti”, caratteristica sottolineata anche da chi ha contribuito a scriverlo e a presentarlo: Angelo Landi, cui dobbiamo non poco per la conoscenza del passato del nostro territorio.
Il fatto è che una memoria organica di quel periodo tuttora manca. Se ogni tassello è utile a completare il puzzle, io sono convinto (ed è cosa che cerco di fare) che sia necessario indagare sulla struttura sociale della Spezia a quei tempi. La società di allora presenta un DNA complesso e molto meno lineare di quanto possa sembrare a prima vista.
Nel 1911, ad esempio, un giovane Agostino Bronzi (futuro sindaco della Liberazione e senatore nel 1963) critica fortemente la linea del Partito a suo avviso troppo accomodante con gli schemi borghesi.
Già un paio d'anni prima (12 novembre 1909) s'era manifestata una forma di dissidenza apparsa sulla “Libera Parola”, il settimanale socialista spezzino, presentando, fra l'altro, per l'occasione una testata con una veste grafica mai più rivista, di gusto liberty, davvero insolita per quel foglio che compone sempre il suo nome in austere lettere capitali.
L'occasione successiva è fornita dal varo del “Conte di Cavour”, che fu, fra l'altro, un trionfo del lavoro spezzino che nel giro di soli 365 giorni allestisce la nave: roba da fare invidia agli Inglesi.
Si lavora duro, anche di notte, ma gli arsenalotti vi sono impegnati in minima parte. La maggior parte del travagio tocca ai liberi, i dipendenti delle ditte private che, a dispetto del nome benaugurante, non godono delle tutele, seppur minime, che spettano a chi lavora nello stabilimento militare: salario sicuro, orario non “flessibile”, garanzie sul lavoro.
Insomma, il proletariato urbano che s'era formato alla Spezia era diviso in due parti: i tutelati e i co-co-co dell'epoca, un po' come oggi.
Si può così pensare che l'iniziativa di Bronzi voglia far rivolgere l'attenzione del Partito, concentrata sugli arsenalotti, anche verso i meno protetti che sarebbero altrimenti caduti nelle braccia degli anarchici con cui il giovane conduce una polemica dura ed astiosa. Non avere nessuno a sinistra non lo inventa Lenin e in ballo c'è una ragione sociale (in ogni senso) da difendere: la leadership a sinistra non era cosa da poco, soprattutto con l'imminente allargamento del suffragio che nel 1912 sarà diritto di quasi tutti i maschi.
So di formulare un'ipotesi che va meglio riscontrata, ma in questo modo si stacca il primo Bronzi dal cliché un po' stantio del ribellismo giovanile, di chi compie il bel gesto, l'azione prometeica e ideale, per inquadrarlo in un più composito contesto storico.
Quella situazione di più o meno tutelati, fra l'altro, si ripete quasi un paio d'anni dopo con il varo dell'Andrea Doria, ma ne parliamo fra una settimana. Alla prossima, dunque!
Sabato 18 febbraio 2012 alle 14:58:20
ALBERTO SCARAMUCCIA
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