Gli umani sentimenti - Notte
di Giovani Bilotti - In collaborazione con Edizioni Cinque Terre
- Era esausta. L’agitazione la stava quasi soffocando.
Aveva ormai stretto in una morsa inesorabile ogni fibra del sistema nervoso, minacciando di far crollare l’equilibrio della sua mente. Così lei aveva chiamato suo padre per confessargli tutta la sofferenza che l’angustiava, e lui, il padre, ora, le teneva la mano per trasmetterle sicurezza e affetto, mentre fuori il buio della notte era spesso e alto come una muraglia, duro come il ferro. Pungente come le folate di freddo e gelo che attraversavano quella giornata di fine dicembre. Parlava e parlava, lei, mentre da qualche parte un cielo cadeva a pezzi e diventava marea nera che un vento cupo e forte spingeva, con le sue parole, alla soglia del suo cuore. Parlava come in trance con suo padre, ma in effetti la sua ansia si rivolgeva direttamente alla sofferenza che l’angustiava (la stessa che l’aveva originata), in un monologo che ingenerava labirinti di paura, i quali, sommando oscurità a oscurità, si reiteravano e rincorrevano nei suoni delle sue parole per esplodere, infine, con fragore, in ogni eco della voce.
L’intera stanza ne era ormai satura.
Si preoccupava del senso di nausea che il panico le creava, del fatto di non riuscire a controllare le emozioni che la devastavano. Di non poter dare una pausa alla sua sofferenza, né di trovare uno spazio dove depositare la sua anima stanca, alla smania che bruciava ogni sua residua resistenza. E i perché, allora, uscivano dalle sue labbra vuoti e senza controllo andando a schiantarsi contro le pareti ostili della stanza. E piangeva, anche, bagnando di febbre il guanciale tormentato che raccoglieva la sua ansia. Certo l’aiutarono le gocce di calmante che assunse per fermare la sua angoscia. Ma le semplici parole che sgorgarono, calde e comprensive, dal cuore di suo padre per depositarsi con dolcezza nel cuore di lei fecero, forse, il miracolo. Così, a poco a poco, anche la sua voce riacquistò dignità, le parole uscirono intere e non più tremolanti e spezzettate dalle sue labbra. Lo sguardo, ora meno assente, stava riconciliandosi con la stanza e i suoi oggetti. Già la vita iniziava le prove per farla assopire, pur non essendone lei ancora cosciente. Ci riuscì soltanto al mattino, quando ormai la luce si era da tempo aggrappata alle finestre chiuse della sua camera nel tentativo disperato di aprirle.
E infine vinse, la luce. Entrò. E lavò dal suo viso ogni ombra residua. Nel guardarla, il padre, ora finalmente serena, sopita (mentre la luce l’abbracciava con gioia protettiva, e lieve come una carezza scendeva a scaldarle le ferite dell’anima), pensava che lei avrebbe dovuto amarsi di più. La vita è un dono, un miracolo e bisogna amarla com’è. Amarsi significa anche donarsi alla Natura, deporre in lei la speranza. Le avrebbe voluto dire, guardandola, che immergersi nel mistero della vita, con fiducia, fino a dimenticare sé stessi, è una grande prova d’amore che dà solo gioia, serenità, sicurezza.
Ora la luce dava colore al suo viso. E rivide, allora, la bambina che era stata (quando si alzava il mattino, nei giorni di Natale e dell’Epifania, per vedere, il volto acceso dall’attesa e dalla speranza, quali doni avrebbe trovato sotto l’albero di pino). A parole era sempre stata coraggiosa, aggressiva, ma poi nella realtà di ogni giorno si perdeva nei gesti e negli atti degli altri, che assorbiva come suoi. La ricordava spesso indecisa. Sempre in attesa. Nel senso che il mondo lo affrontava reclinata in sé stessa. A dieci anni chiese e ottenne i pattini (perché li avevano gli altri), ma poi stava ai margini della pista, ferma, a vedere volteggiare i compagni e – ricordò sorridendo – a parlare con un certo tono con le loro madri.
Eppure non la immaginava diversa da come era cresciuta: bella, disordinata, possessiva. Fragile e spontanea. Egoista fino a sembrare un’altra, ma subito dopo generosa e riflessiva. E ancora: timida, testarda, timorosa. Talvolta anche bugiarda, e confusionaria. E così umorale, sempre, da scambiarsi e perdersi l’una nell’altra. Come tante dolcissime matrioske. Che popolano tristi e gioiose i giorni della sua anima.
Domenica 19 febbraio 2012 alle 08:48:18
GIOVANNI BILOTTI
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